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Cinema e Malattia Mentale

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Jack Nicholson in

Mentre Freud, agli inizi del secolo scorso, conia il termine “psicoanalisi”, negli stessi anni i fratelli Lumiére proiettano il primo film. Il cinema, mezzo dal multiforme sguardo, fin da subito e in forme diversificate non manca di indagare gli aspetti più nascosti della mente umana. La produzione di immagini è, infatti, il risultato della riproducibilità tecnica dell’immagine più difficile in assoluto: quella mentale. Naturale, dunque, l’interesse che da sempre il cinema rivolge alle difficoltà, alle deviazioni e alle fragilità umane. Oggi, dopo un viaggio lungo un secolo, il cinema torna alla mente umana non solo e non tanto per esplorarne i meandri più oscuri, ma per mettersi al servizio di essa: un cinema terapeutico, medicina d’immagini e suoni.

Cinema e psiche

Focalizzandosi sulla patologia psichica i registi, spesso e volentieri, hanno saputo confrontarsi con gli aspetti più reconditi e insieme autentici della personalità umana, sollevando questioni di ordine etico e, in generale, sociale. Milos Forman ha trattato non solo la malattia mentale, ma la difficile condizione dei nidi del cuculo statunitensi, denunciando attraverso il personaggio di McMurphy-Nicholson i trattamenti inumani subiti dai malati nelle cliniche psichiatriche statali post-Vietnam. Ma come il regista ceco ha segnato la storia del cinema nel racconto della malattia, non sono mancati lavori operanti in direzione opposta, quella cioè di un cinema che si fa esso stesso cura e veicolo di guarigione. Magnifico affresco d’infelicità umane che risalgono da Shakespeare alla Camorra, che l’arte potrebbe curare quando gli uomini d’onore lo sono davvero è infatti definito (da Paolo Mereghetti) il film Cesare deve morire (2012) di Paolo e Vittorio Taviani. Un cinema d’arte curativa in senso tanto culturale (sulla cultura della Camorra) quanto sociale, che proprio attraverso la psicologia dell’azione scenica veicola il percorso terapeutico: i personaggi e gli intrecci del “Giulio Cesare” shakespeariano si dimostrano l’occasione per gli attori di comprendere le dinamiche criminali dalle quali le loro esistenze, per prime, sono state traviate.

Cinematheraphy

Oggi non sono solo i personaggi e, per loro tramite gli interpreti, a guarirsi con il cinema.

Perché quella del cinema è diventata una vera e propria terapia medica. Suoni, immagini e parole come veicolo alternativo di comunicazione con il malato mentale; l’arte delle immagini-movimento e immagini-tempo che si fanno così immagini-farmaco. In particolare, riguardo alla psichiatria, il Chicago Institute for the Moving Image (CIMI), si serve del processo produttivo, dunque l’azione del fare film, come terapia parallela al farmaco negli individui affetti da disturbi quali depressione, amnesia e schizofrenia. Scrivere sceneggiature, occuparsi della regia e delle incombenze produttive dietro a un film si sono dimostrate attività capaci di incrementare le capacità organizzative e la lucidità dei malati psichiatrici. Inoltre, la Cinematherapy del britannico Gary Salomon, altrimenti detto “The Movie Doctor”, pare aver trovato solido sostegno anche in Italia dove, nel 2013, è stata creata MediCinema Italia Onlus, che da allora porta avanti tali progetti sul territorio nazionale. Il servizio MediCinema consiste infatti in incontri mirati a scopo sia terapeutico, che di recupero sociale. Il cinema come elemento di evasione si fa terapia per alleviare la sofferenza fisica e psichica, a fianco del trattamento medico consueto. Un grande vantaggio acquisito per la medicina, ma anche per l’arte che vede, con singolare ironia, messo in discussione il suo (raramente discusso) statuto di connaturata inutilità.