Il cattivo Ferrara

 

IL CATTIVO FERRARA / The Bad Ferrara

di Marco Matteucci

 

Il cinema di Abel Ferrara mette a disagio.

Non è un cinema digeribile dal grande pubblico, perché, come la sua vita, non scende mai a compromessi ed è profondamente onesto.

Non c’è una scissione tra finzione e realtà, è un cinema che celebra il disagio, la morte, la solitudine, la sofferenza sottolineando i limiti umani, ma anche la voglia di infrangerli.

Ha come protagonista un poliziotto corrotto che non è in cerca di fama o di ricchezza, ma di Dio, come la maggior parte dei suoi personaggi, mettendo in mostra il vizio che è verità profonda, cuore dell’uomo, illuminazione primitiva, come lo è il cristianesimo pre-evangelico che muove la religiosità di Abel Ferrara.

E’ un cinema che si interroga sul conflitto tra l’ipocrisia del mondo sociale , e l’ipocrisia del mondo religioso, per raggiungere non senza rabbia e lacrime il sacro più autentico.

Sceneggiato con Zoe Lund, la protagonista di L’angelo della vendetta, la storia si inspira a un fatto di cronaca e a una canzone scritta dallo stesso Ferrara.

La cinepresa non abbandona mai il protagonista, un uomo senza nome ma con potere, dentro e nel profondo della sua crisi mistica, che culmina nell’invocazione a Dio in chiesa, una delle più belle della storia del cinema, fino al rilascio dei due stupratori, combattendo contro se stesso infuriato, mentre li accompagna verso la libertà come figli a scuola (sequenza apertura).

Il cattivo tenente si trasforma in Cristo dando l’esempio, rompendo gli schemi imposti dalla storia e dal tempo, da mille anni di pre-concetti, ponendosi domande e scoprendo sulla propria pelle il vero senso della rivelazione divina, in un unico ultimo atto di intenso abbandono a Dio.

 

Abel Ferrara’s cinema causes discomfort.

His cinema isn’t easily digestible by the general public because, like Ferrara’s life, it doesn’t makes compromises and it is deeply honest.

There isn’t a division between pretence and reality, it is a kind of cinema that celebrates the discomfort, the death, the loneliness and the pain; underlining the human limits but also the desire to break them.

The protagonist is a corrupt policeman uninterested in the achievement of success and richness; he is just looking for God ( like most of Ferrara’s characters), and in doing that he acts showing the vice as a deep truth, a primitive inspiration rooted in the human heart. It’s primitive like the pre-evangelical Christianity which moves Abel Ferrara’s faith.

It is a kind of cinema that examines the conflict between the hypocrisy of the social world and the hypocrisy of the religious world, so as to reach – through anger and tears – the most authentic sacredness.

Written with Zoe Lund, the protagonist of “The angel of revenge”, the history is inspired by a news item and by a song written by Ferrara.

The camera never abandons the protagonist, a man without a name but with power, deeply inside his mystical crisis that culminates in a church where he invokes God. The bad lieutenant turns into Christ breaking with the traditions imposed by history and time, asking questions and discovering on his own the real meaning of the divine revelation. Everything in a single last action of intense abandon to God.

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