Palfi regista surrealista

GYÖRGY PÁLFI: REGISTA SURREALISTA

di Marco Cacioppo

 

Nella miglior tradizione surrealista che vede nel cinema dell’Europa dell’Est uno dei fulcri più vitali, György Pálfi, tra le nuove generazioni di registi che hanno abbracciato questa corrente, è sicuramente uno dei casi più originali e visionari. L’unico, probabilmente, che insieme al suo collega polacco Lech Majewski, oggi fa dell’arte surrealista una chiave di lettura della realtà circostante personalissima ed estremamente evocativa.

Pálfi, classe 1974, è giunto di recente alla sua terza regia, senza considerare I Will Not Be Your Friend (Nem leszek a barátod), curioso documentario sull’infanzia in stretta e programmatica continuità con il suo ultimo lavoro, I’m Not Your Friend (Nem vagyok a barátod). È dal 2002, l’anno di Hukkle, che Pálfi sta metabolizzando la realtà filtrandola attraverso uno sguardo autoriale che gli conferisce la facoltà di trascenderla e, attraverso la forma del surrealismo, interpretarne i contenuti mostrandoceli in una veste sicuramente assurda e straniante, ma, proprio perché tale, in un certo qual modo più vera, credibile e illuminante.

Quello di Pálfi è un surrealismo a 360°, un surrealismo in costante movimento, in continua evoluzione. Dal minimalismo concettuale di Hukkle alla purezza estrema e shockante di Taxidermia, fino a quell’oggetto così impossibile e sui generis nel suo verismo neo-neorealista che è I’m Not Your Friend.

In Hukkle György Pálfi pone le basi del suo surrealismo, un surrealismo che agisce a livello “gutturale”, e che fa tabula rasa del linguaggio, imponendo allo spettatore una metodologia di indagine scopica di e attraverso l’immagine a fronte di una messa in scena semplice ed essenziale – quasi documentarista – nel raccontare il modus vivendi di una piccola comunità rurale il cui senso diventa decifrabile solo mediante la contemplazione dei gesti, dei versi, dei suoni e delle relazioni interpersonali degli abitanti che la popolano. È la morte del linguaggio, la dimostrazione che la parola è inutile al contrario dell’immagine e dei tratti che la fondano che si caricano inevitabilmente di un valore aggiunto. Si immagini l’Antonioni di Blow Up, ma di gran lunga più radicale. Hukkle, però, non rappresenta solo l’ingresso di Pálfi nel surrealismo; è anche un thriller, una storia di morte alla luce del sole che striscia tra i germogli d’erba e di cui sono testimoni le lumache che incedono tra i solchi della terra. Un “who done it?” che non necessita di risposte, ma mette alla prova la logica del suo interlocutore.

Quattro anni dopo è la volta di Taxidermia, l’alter ego di Hukkle, la sua conferma e al tempo stesso la sua negazione. Potremmo definire Taxidermia come l’incontro ideale di tre universi diametralmente opposti e impossibili: il cyberpunk di William Gibson, il surrealismo porno-escatologico di Dusan Makavejev e le mutazioni della carne di David Cronenberg. Già adesso, dopo appena tre film, Taxidermia potrebbe costituire la summa del pensiero di Pálfi. È la Storia – quella del Novecento – attraverso tre racconti che mappano tre differenti fasi della civiltà pre- e post-moderna: la Seconda guerra mondiale, la Guerra fredda e l’era ipertecnologica che fa del corpo e della macchina un unico assemblaggio metamorfico. La bulimia sessuale del primo episodio raggiunge la sua massima espressione nell’atto masturbatorio di un pene che sputa fuoco e fiamme e fa di orifizi anali e vaginali una porta socchiusa per immergersi in visioni putride e marcescenti di corpi che più che altro sono carcasse… L’obesità comunista del secondo tassello che porta a divorare e vomitare in un nauseabondo puke-feast tutto quello che il corpo sformato è costretto a immagazzinare… E, ancora, l’ossessione del corpo per l’antiperfezione e la mostruosità estetiche che fa assimilare e assorbire all’organismo tutto, ma proprio tutto, ciò che è costretto a ingurgitare, sì da mutare in forme disgustose e necrofile in nome di un’oscena immortalità deforme… Ogni differenza è dovuta, ma Taxidermia sta a questo nuovo secolo appena cominciato come il pasoliniano Salò o le 120 giornate di Sodoma sta al Novecento.

Dopo un film come Taxidermia cos’altro ci si poteva aspettare da György Pálfi? Probabilmente tutto e il contrario di tutto. E infatti Pálfi, spiazzandoci come solo lui è in grado di fare, fa un passo indietro e due in avanti. Sì, perché un film come I’m Not Your Friend è puro surrealismo, anche senza il bisogno di adottare gli spiazzamenti percettivi di Hukkle, né la visceralità iconografica di Taxidermia. Già, perché I’m Not Your Friend, nel suo scandagliare la realtà documentandola nella sua familiarità e semplicità attraverso una serie di massacri fisici e morali tra un gruppo di amici che fingono amore e amicizia ma poi finiscono col distruggersi a vicenda, è puro surrealismo del quotidiano. Come a dire che il surrealismo non va per forza di cose ricercato in un processo di soverchiamento e destabilizzazione del reale poiché è la realtà, di per sé stessa, ad essere surreale. La natura di certi comportamenti, una volta identificati e asportati dal loro contesto quotidiano per essere radiografati singolarmente, dimostra l’assurdità di cui vivono e si alimentano. Film minimalista all’ennesima potenza, I’m Not Your Friend, quasi un esperimento vérité per metodologia e afflato terroristico nei confronti del cinema. Essenziale nell’uso del digitale, improvvisato nella mise-en-scène e nella recitazione degli attori. Si tratta di puro surrealismo in presa diretta.

Arrivati a questo punto non rimane che chiedersi. E poi? E poi si vedrà. György Pálfi è un regista surrealista e il suo è un cinema della crudeltà che trascende il reale con l’unico scopo di avvicinarci ad esso il più possibile. Quello di György Pálfi è un cinema che arriva da lande sconosciute e lontane, è un cinema imprevedibile. Pálfi è uno che si sa mettere alla prova e che non ha paura di essere sempre diverso da sé stesso. Pálfi, regista più unico che raro, è un autore dalle mosse che non si possono anticipare, un autore di inestimabile valore, proprio come di inestimabile valore è il suo cinema.

Abbracciamo anche noi il surrealismo, lunga vita al cinema di György Pálfi.

 

 

Inscribing himself within that peculiar Surrealist tradition developed in Eastern Europe, György Palfi is certainly one of the most original and visionary artists amongst the new generation of film directors to have embraced this current. Probably the only one along with Polish Lech Majewski who made the Surrealist art a key to interpret the real world in an utterly personal and evocative fashion.

Palfi (born 1974) has recently completed his third work as director, not to mention I Will Not Be Your Friend (Nem leszek a barátod), a curious documentary about childhood, strictly connected with his last film, I’m Not Your Friend (Nem vagyok a barátod).

Palfi began to manipulate reality through his own authorial eye in 2002, the year of Hukkle’s release, choosing a Surrealist formula that allows us to watch facts through an absurd and alienating perspective but someway truer, plausible and illuminating.

Palfi’s is a 360 degrees Surrealism, constantly moving and evolving.

From Hukkle’s conceptual minimalism and Taxidermia’s extreme and shocking purity, up to that impossible and unique object of extreme realism called I’m Not Your Friend.

With Hukkle Palfi set the ground for his Surrealism, a “guttural” Surrealism, a linguistic tabula rasa: through an essential and almost documentaristic style, the author conveyed a scopic enquiry approach to the images, and described the daily life of a little rural community, exploring the gestures, the noises, and the social relations that bond the inhabitants to one another.

It’s the death of language, the demonstration that words are futile, whereas the image and its traits constitute a value added. A reflection in alignment with the power that images hold according to Antonioni’s Blow Up, pushed even further.

Nevertheless Hukkle not only represents Palfi’s door to Surrealism; it is indeed a thriller, a murder under the sunlight, that creeps into the budding grass, witnessed by snails gliding along the furrows of the earth.

A “who done it?” that doesn’t need any answer, but puts the logic of its interlocutor on probation.

Four years later came Taxidermia, Hukkle’s mirror image, confirmation and negation at the same time. Taxidermia might be defined as an ideal meeting of three distant universes: William Gibson’s cyberpunk aesthetic, Dusan Makavejev’s porn-eschatologic Surrealism, and David Cronenberg’s flesh mutations.

After having directed only three films, it seems legitimate to proclaim Taxidermia the epitome of Palfi’s poetics. The film deals with history, the history of the 20th century, arranged in three segments that cover three different phases of pre and post-modern civilization: the Second World War, the Cold War period and the hyper-technological era, in which body and machine are unified in one metamorphic assemblage.

The sexual bulimia of the first episode reaches its peak in a masturbatory act with a fire-spitting penis which penetrates anal and vaginal orifices that disclose putrid and decaying visions of bodies that are but carcasses…

In the second part an uglified obese communist body is celebrated in a puke-feast, devouring and vomiting everything that can be injected.

And in the end, the human body is the object of an obsession for anti-perfection and monstrosity, a body which absorbs anything conceivable, altering into loathsome and necrophiliac forms, in order to achieve an obscene and deformed immortality.

Bearing in mind the differences, Taxidermia can be named as a contemporary Salò or the 120 days of Sodom.

What can we expect from György Palfi after a film like Taxidermia? Maybe everything and its opposite as well. Palfi, in fact, bewilders us in his own particular way, and moves one step backwards and two steps forward.

And there it comes I’m Not Your Friend: a work of pure Surrealism, but without the perceptual baffling adopted for Hukkle, or Taxidermia’s iconographic viscerality.

I’m Not Your Friend, plumbing the depths of a familiar reality among friends who fake love and friendship but just end up destroying each other, highlights the pure Surrealism of ordinary life.

So as to state that Surrealism can occur not only when reality is capsized and destabilized, but that reality itself can manifest a certain degree of Surrealism. Once human behaviours are identified, removed from their everyday context and singularly scanned, their absurdity is revealed.

Minimalist to the nth degree, I’m Not Your Friend is an experiment of cinema-verité in its methodology and ‘terroristic’ spirit towards cinema. The employment of digital cameras is essential, the filmmaking and the acting performances are largely improvised. Pure Surrealism, recorded live.

Once reached this point there is one question left: then what? Then we will see. György Palfi is a Surrealist director and his is a cinema of cruelty that transcends what’s real, and at the same aims at approaching it as closely as it can.

Palfi’s cinema comes from unknown and faraway moors, it’s an unpredictable cinema.

Palfi likes challenges, and is not afraid of being different from time to time.

Palfi, a one-of-a-kind film director, whose moves cannot be anticipated, an author of inestimable value, as his cinema is.

Let Surrealism be, long life to György Palfi.

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