Boris Lehman

Nota biografica di Boris Lehman

Nato a Losanna il 3 marzo 1944. Studi di pianoforte, studi di cinema all’Institut National Supérieur des Arts du Spectacle (INSAS) a Bruxelles dal 1962-1966. Dal 1960 svolge l’attività di critico cinematografico. Ha collaborato ad una ventina di riviste ed ebdomadari (Clés pour le Spectacle, La Revue  Nouvelle, Vidéodoc, Cinergie, Cartes sur Cable, Rue  des Usines, Art-Press, Galerie Magazine,  Vertigo,Purple journal, Zeuxis…).

Dal 1965 al 1983, animatore del Club Antonin Artaud, centro di riabilitazione per malati mentali, dove utilizza il cinema come strumento terapeutico. Ha fondato delle associazioni di cinema quali Cinélibre, Cinédit, l’Atelier des Jeunes Cinéastes (AJC). Attore, in FB Kafka di Rabiniwicz, Red Mudh di Claude Schmitz, Bruxelles-Transit di Samy Szlingerbaum, Procession di Eric Ledune, Le Banquet di Christel Milhavet, Autour de Bérénice di Christian Merlhiot, Entre Flore et Thalie di Françoise Levie, Nous avons fait un voyage affreux di Jan Peters,Temps d’Hiver di Marie André, Les Filles en Orange, di Yaël André… cosí come nei propri film (Babel, Homme Portant). Ha collaborato a diversi titoli con Henri Storck (Forêt secrète d’Afrique, Fêtes de Belgique), Jacques Rouffio (L’Horizon), Chantal Akerman (Jeanne  Dielman), Joseph Morder, Patrick Van Antwerpen, Michèle Blondeel, Gérard Courant, Christianne Kolla, Jean- Marie Buchet, Marie André ed altri. Ha realizzato, prodotto e distribuito tutti i suoi film in modo artigia- nale da quarantacinque anni; circa 400 film (corti e lunghi, documentari e di finzione, saggistici, speri- mentali, diaristici, autobiografici), principalmente in 8, super 8 e 16 mm, sempre fuori dall’industria, e da ogni standard. Un cinema di resistenza, in qualche modo, libero, moderno e vicino alla vita.

 

Ritratto del pittore nel suo atelier (Portrait  du peintre dans son atelier) Belgio 1985, col., 40’

Con Arié Mandelbaum, Esther Lamandier, Boris

Lehman.

Il film è l’incontro – cinematografico – di due sguardi (quello del pittore Arié Mandelbaum e del cineasta Boris Lehman) con una voce: quella della cantante Esther Lamandier. Questo triplo incontro di musica, pittura e cinema si realizza nel quotidiano di un luogo unico: l’atelier del pittore. Qui la tela si confonde con lo schermo, la pittura straripa ovunque (sul pavimento e sul soffitto, sulle foto, i libri, gli oggetti del pittore), a sua volta coperta dalla musica, da essa trasformata. Allo stesso tempo biblioteca del ricordo, museo, scenografia d’opera, l’atelier diviene il magico specchio dell’arte. Al centro di questo quadro, Arié Mandelbaum. La cinepresa penetra il suo universo, esplorando l’atelier nei minimi recessi, fino all’intimità. Chiudersi con Arié, con la solitudine dell’artista è forse il solo modo di provare ad entrare nella sua pittura. Niente spiegazioni, niente biografia. Del pittore si saprà giusto il nome, qualche gesto, qualche parola, poche cose, quasi niente.

 

Cose che mi legano agli esseri (Choses qui me rattachent  aux êtres) Belgio 2008, col., 15’

Il fil si presenta come un inventario alla Prévert. Il titolo s’ispira alle Note del guanciale, della scrittrice giapponese Sei Shônagon che fu nella prima metà dell’XI secolo dama d’onore al servizio dell’imperatrice Teishi. Il pensiero va naturalmente a Georges Perec, scrittore principale del gruppo

OuLiPo, ma anche a Dada o a Fluxus. Le immagini e le parole s’incatenano come in una poesia. Dopo il celebre “questa non è una pipa” di René Magritte, si sa bene che le evidenze sono ingannevoli, che le parole, come le immagini possono essere spostate dalla loro funzione primaria. Si tratta di creare l’oggetto attraverso l’immagine e la parola, filmandolo. Atto di creazione, come Dio fece all’inizio col Cielo e con la Terra, con Adamo ed Eva. Mostro con la cinepresa alcuni oggetti del mio quotidiano (che sono anche delle allegorie) che sono appartenuti ad altri che ho amato o frequentato, e concludo: “Io sono la somma di tutto ciò che gli altri mi hanno dato”. Quale misterioso legame può sussistere fra queste cose? Fra queste cose e me?

 

L’ultima (s)cena

(La dernière  (s)cène) Belgio 2003, col.,14’

Con Vincent Tavier, André Colinet, Roger Berguet, Philippe Woitchik, Basile Sallustio, Edouard Higuet, Manuel Poutte, Claudo Pazienza, Boris Lehman, Laurent d’Ursel, Pierre Mollet, Frédéric Lammerand e Lucas Messens.

Girato nell’estate 1995, è stato terminato, montato e mixato nel 2003. I dialoghi sono tratti dal vangelo secondo San Giovanni. Gli apostoli sono quasi tutti dei cineasti, amici (e discepoli) de Boris Lehman accorsi a recitare davanti all’ultima casa-atelier d’artista rimasta in piedi davanti al nuovo edificio

del Parlamento europeo. Il ruolo di Giuda spetta a Claudio Pazienza e Boris Lehman incarna il Cristo. La messinscena è ispirata all’affresco dipinto da Leonardo da Vinci nel convento di Santa Maria delle Grazie a Milano. Il film è stato girato in poche ore, una domenica mattina, davanti ad uno scenario incredibile, pressoché hollywoodiano, in una strada completamente rasa al suolo dai promotori immobiliari, fino all’arrivo della polizia.

 

Storia dei miei capelli, della brevità della vita (Histoire de mes cheveux, de la brièveté de la vie) Belgio-Russia 2010, col., 90’

Con Yvan David, Coiffeur Nicolas, Adrienne Boulvin-Fonck, Louise Beckers, Dr Jean Devroye, Igor Pototsky, Ludmilla Samodayeva, Alexander de Lviv, Olgievd Kuryllo,Nadjejda Loumpova, Marie Duez, Kenneth Anger, Nadine Wandel.

La storia dei miei capelli è presto detta: erano neri e lunghi; sono diventati bianchi. Non li ho piú tagliati dal 1982, quindi da circa 29 anni. La storia dei miei capelli è un viaggio, nello spazio quanto nel tempo. Coloro che cercano in questo film qualche verità geografica, piuttosto che scientifica o storica saranno delusi. Il film prende coscienza dei fatti e dei luoghi reali per allontanarsene presto, per i sentieri della poesia e della finzione. L’autore ha mescolato a modo suo la storia di Sansone e Dalila, il viaggio dei condannati a morte verso i campi di sterminio, la scienza dei capelli e qualche riflessione sul senso e la fragilità della vita.

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