Bussotti

Bussottiottanta

e Rara (film) guardato  al pianoforte dall’autore di Giovanna Morelli

 

L’ottantesimo di Sylvano Bussotti è, per chi lo conosce, un dato mitologico. Non perché Bussotti abbia venduto faustianamente l’anima al diavolo (forse), ma perché Bussotti è da sempre maestro carismatico ed enfant terrible, Senex e Puer, come Senex e Puer si fronteggiano nelle sue opere. Bussotti è una “chimera” che ibrida le età e le facce dell’uomo come fa tutto con tutto il resto, e forse è questa l’unica hubris cara agli dei; Bussotti, che all’anagrafe storica figura quale uno dei piú grandi compositori del novecento, non solo pratica tutte le arti – quelle della parola, quelle del suono e quelle della visione -, ma le compone; e le compone non solo nel teatro, il quale nasce multimediale, dalla notte dei tempi, ma in ogni materia che gli capiti a tiro: mette in voce (la sua) i suoi libretti “operistici”, dipinge le sue partiture, traccia pentagrammi sulle fotografie, scrive su i quadri e i collage, sulla pelle dei ballerini e sulle schiene di musicisti genuflessi (la sua memorabile opera happening: La  Passion selon Sade). Quanto al (suo proprio) “cinema”, Bussotti lo impiega all’interno dei suoi “melodrammi” (“Cinematografo per delitto di sangue” in Lorenzaccio, “Immagine” in Nottetempo…), produce cortometraggi come “spot” della Biennale Musica veneziana da lui diretta, accompagna i suoi films al pianoforte (ovvero “li guarda al pianoforte”, riproponendo la sinestesi dei primi film muti) e naturalmente sabota le proprie inquadrature dall’interno, per scolpire stupendi quadri viventi, o come lente di ingrandimento per leggere le sue partiture. Quando Bussotti reincarnerà Passion selon Sade nella nuova Intégrale Sade (1989), piú di vent’anni dopo, è al cinema che si rivolge, in doppio modo e con intenzione meta- cinematografica: come proiezione della prima Passion – una lezione di “vita” per la cyborg- donna protagonista – e come finale destinazione cinematografica. E una volta poi che Bussotti, grande metteur en scène dei “propri” melodrammi (propri in senso wagneriano, perché il librettista di solito è lui stesso, nonché scenografo, regista, costumista), una volta che Bussotti cede lo scettro della regia, a chi lo cede? A quel grande cineasta, eletto per affinità, che fu Derek Jarman, il quale per Bussotti firmò non solo la regia dell’opera (L’ispirazione al Teatro Comunale di Firenze nel 1988) ma anche il filmato che la apre. Fu cosí che Bussotti portò sulle scene d’opera proprio lei, Tilda Swinton, una delle piú interessanti attrici del cinema mondiale, nel ruolo di Futura, Signora del Teatro e dello Spazio, dalla cui voce, a fine opera, Bussotti farà risvegliare l’orchestra e i sentimenti. Ho sempre pensato che questo, per intensità di pathos e magniloquenza di eros, è un degno finale di Turandot.

A proposito di Puccini: volessimo cercare una ragione alla presenza di Bussotti proprio a Lucca per questo omaggio raro (tra i precedenti il Moma di San Francisco nel dicembre 2010) – raro anche per la felice ibridazione tra la storica AML e il giovane ma già glorioso Lucca Film Festival – Puccini basterebbe? No, ma sicuramente ci sono percorsi a noi ignoti segnati oltre i nostri percorsi. Ci sono gli innumerevoli allestimenti pucciniani firmati da Bussotti, la sua direzione artistica al Festival di Torre del Lago, c’è quella frase musicale colorata che completa, quale amorosa dedica, un manoscritto musicale pucciniano – “Mi chiamano Mimí”-, firmato da Puccini nel 1902, sottofirmato da Bussotti nel 1975. È cosí che il lungometraggio Rara (film), in questa sede, può apparirci come l’ultimo atto imprevisto (ma in ordine di tempo il primo – un capostipite -) di quella serie di filmografie liberamente “pucciniane” commissionate da Lucca Film Festival in occasione del centocinquantenario della nascita di Giacomo Puccini.

Bussotti ha i sensi continuamente persi nelle forme del mondo. E, come tutti gli artisti, da quelle forme trae nuove forme, nuove visioni. Credo che Bussotti abbia tanto e da sempre frequentato le arti visive in quanto metafora vivente dell’arte, quella metafora di cui il film-maker può permettersi di essere il testimone predestinato. Come scrisse Bergson, l’arte ci mostra che un’estensione delle facoltà di percepire e concepire è possibile, e con essa è possibile l’ estensione del mondo. Il cinema, come la mente, è una dimensione ambigua fatta di ombre, ci toglie la materia; il (grande) cinema in cambio ci dona l’esperienza della “visione attiva”, mentre l’hubris tecnologica della riproduzione perfetta, culminata nel cinema in 3D e nei giochetti virtuali, si limita a rendere sempre piú inutilmente reali i meri simulacri. La natura fantasmatica del cinema attrae e al tempo stesso turba Bussotti e lo chiama al piú radicale dei sortilegi, come è stato per Pasolini, Fellini, Greenaway, Ciprí e Maresco e molti altri, ma per Bussotti ancora di piú. Il poema immateriale della filmografia bussottiana – e di tutta l’arte bussottiana – canta infatti, al suo interno, la poesia della materia, e di quella materia umana che è la carne: accanto alla ipersensibile “immaginazione della forma” Bussotti coltiva vigorosamente quella che Gaston Bachelard chiamò “immaginazione della materia”1. Anche in ciò, Rara (film) – vera e propria summa della poetica di Bussotti – è esemplare. Il contrasto mentale/sensuale è anche il contrasto tra la prima parte in bianco e nero, una specie di ascesi dell’immagine che mette in poesia fotogrammi del tempo, e la seconda parte, “colorata” come un eden del primo sguardo mitico sul mondo. Uno sguardo che tocca e assapora gli elementi, terra, aria, carne… la carne è per Bussotti davvero un ulteriore elemento, restituito nei suoi cataloghi di corpi nudi “e sempre arresi in una sorta di innocenza vegetale”2, o nel diario personale dei volti, primi e primissimi piani, dove il volto, «questo casto  pezzo di pelle con fronte, naso, occhi, bocca», come scrive Lévinas, davvero «frantuma il sistema»3. Né manca l’acqua, ed è anche “acqua carnale”, l’elemento che riluce nella pioggia umana delle lacrime, o in altre polluzioni, ricordiamo la didascalia della “Musica Macchiata”: “Qui ho fatto censimento a spruzzo degli atti sessuali di Rara, durante il quinto anno di matrimonio, inclusa la prima notte”.

E dunque Rara cos’è? O meglio, o anche, chi è? Fu chiesto a Bussotti sin dal primo apparire dell’acronimo, negli anni ’60, quando Rara siglò The Rara Requiem e ritornò in una serie di opere musicali e coreografiche; apprendiamo cosí che Rara è “la Musa, Maestà, Ispirazione” ma anche “una gattina piú rosa che grigia” e soprattutto è “la persona amata, vive ed è giovine”: Romano Amidei, il quale calca ovviamente il set del suo omonimo film. Ritroviamo in questa dichiarazione il senso di alcune polarizzazioni portanti del Rara (film) e della poetica di Bussotti, che di polarità si nutre: è vero che Bussotti dedica sempre a se stesso – il ricorrere feticistico dei segni dell’ego, a partire dalla calligrafia – come è altrettanto vero che sempre dedica all’altro, insegnandoci riconoscenza ed eros per coloro senza i quali la nostra vita sarebbe una impossibile pagina bianca. Queste due inseparabili facce del privato confluiscono nella sfera “pubblica” dell’arte, un’arte, quella di Bussotti, che valorizza tanto la macro dimensione dell’artificio, della Kultur e della Storia, quanto la micro dimensione della biografia: i nomi, le dediche, il sacrario familiare e i carnets libertini, le “gallerie” di amici/interpreti… Ciò non vale come gesto intimista, al contrario vale come gesto politico, lo stesso coltivato, in altri modi, da autori come Jonas Mekas coi suoi home-video; Bussotti parte dal proprio nome, dalla propria faccia e dalla propria storia, per dare verità alla piú grande Storia che racconta, perché senza la radicale gestazione della persona non c’è società ma solo totalitarismo, non c’è arte ma solo accademia o cronaca. L’operazione è concettuale, come lo è ogni operazione artistica delle avanguardie; siamo cioè di fronte a un’arte che fa un discorso sull’arte, sul rapporto dell’arte ai suoi fondamenti, alle sue tradizioni, ai suoi mezzi, a ciò che vive fuori del suo “recinto”. Vita e opere, forma e materia, Sé e Altro… tutte le polarità su cui ha lavorato la sperimentazione artistica sono richiamate da Bussotti in una (im)possibile coniunctio oppositorum, compresa la bifrontalità avanguardia/ tradizione, che conferisce al pluristilismo di Bussotti il suo inconfondibile segno. Alla fine il “narcisismo individuale” diventa il “narcisismo cosmico” (ancora Bachelard) che affolla le pagine del Rara (film) – “uno degli ultimi films underground, presentati ai pochi”, come scrisse Pasolini4; lo stesso disordine ordinato, o “disordine alfabetico”5 del Rara (film) affolla la vita di Bussotti, le sue case e le sue scene, il suo cosmos vivente: un ordine comprensivo di quel margine di disordine – leggi di eros – capace di rimettere ogni volta in movimento, di crisi in crisi, le forme del mondo e la vita dell’anima.

 

Note

1               Gaston Bachelard, Psicanalisi  delle acque, Red 1992.

2               Giovanna Morelli, Dopo il melodramma. Il teatro lirico di Sylvano Bussotti, Ets-Accademia Lucchese di Scienze, Lettere e Arti 2009.

3               Lévinas Emmanuel, Marcel Gabriel, Ricoeur

Paul, Il pensiero dell’altro, Edizioni Lavoro 2008.

4               Pier Paolo Pasolini, Il cinema impopolare in

“Nuovi argomenti”, n. 20, 1970.

5               Sylvano Bussotti, Disordine alfabetico. Musica, pittura,  teatri, scritture  (1957-2002), Spirali 2002.

 

Nota a Rara (film)

di Sylvano Bussotti

Realizzato negli anni ’60, Rara (film) fu girato prevalentemente a Roma, nelle campagne romane, alle foci del Tevere o in riva al mare, è interpretato oltre che dall’autore-compositore-regista dai molti amici frequentati allora, vicini di casa, già protagonisti di eventi teatrali e non, che davano vita alle “avanguardie”, destinate a trascendere le cronache verso la storia. L’autore si apriva in quel periodo ad espressioni artistiche trascendenti musica, pittura e letteratura, i suoi abituali campi espressivi. Il cinematografo lo si praticavano in tanti a bassissimo costo e non ci fu interprete, tecnico, operatori oppure animali di passaggio, che pretendesse il compenso materiale di qualsivoglia natura, vivendo quella rara festività come il gioco reale dell’amicizia. A loro tutti va la mia gratitudine divertita e profonda. A volte la pellicola presentava vistosi difetti che, in luogo di correggere, l’autore accoglieva con gioia. Intitolato mediante le iniziali di nome e cognome del suo compagno di allora, Romano Amidei, diventò una sigla protratta per lungo tempo in partiture musicali eseguite nel mondo e pubblicate allora da un grande editore internazionale. La predilezione è sempre andata alla proiezione muta di quelle immagini e subito ne ebbero luogo numerose, che, da Roma, si propagavano lungo i continui viaggi dell’autore e dei suoi stretti alleati. Passando da Parigi e altre città, furono raggiunti anche gli Stati Uniti d’America, dove una delle protagoniste, Cathy Berberian, iniziava con il compositore-regista un percorso destinato a divenire ben presto mondiale. Seguirono proiezioni con accompagnamento musicale generalmente interpretato al pianoforte – come avveniva per il cinema muto quasi preistorico – allargandosi a volte ad altre presenze non tanto sonore, ma certamente visive di notevole impatto, un esempio fra tutti: l’intera compagnia del Living Theater, protagonista, questa, della prima parte in bianco e nero. Altre avventure cinematografiche seguiranno e il cinematografo ha sempre rappresentato un classico miraggio, ma la composizione di una vera e propria partitura musicale è avvenuta recentissimamente. Allora la formula inventata per sottolineare l’aspetto di eccezione in quelle serate è stata: guardato al pianoforte dall’Autore. Un accompagnamento sonoro che assommi alcune voci, eventuali piccoli cori, strumenti o registrazioni dominati dal violino, che di Bussotti è stato il primissimo e spesso esclusivo strumento armonioso, nasce dunque a Bologna in occasione della proiezione dentro un teatro avvenuta nel 2007. Ritorno al cinema e desiderio dell’immagine con tutto il suo potere in questo caso davvero evocativo, è un aprire le prospettive teatrali come si spalancherebbe la finestra verso cieli futuri. Tornano in mente Ombre rosse dello scrittore fiorentino Piero Santi oppure i cinematografi estivi, che spalancavano nella bella stagione soffitti allo stellato. Le numerose stelle qui ammirabili furono il molteplice incontro che darebbe ragione alla sua nota sentenza: “la musica è un atto in mezzo a tanti, i corpi sono di piú”.

 

Nota biografica relativa a Sylvano Bussotti

Sylvano Bussotti è uno dei protagonisti della scena musicale contemporanea. Nato da una famiglia d’artisti, come il fratello e lo zio, il suo interesse fu rivolto, giovanissimo, allo studio del violino e alla frequenza del conservatorio di Firenze, dove entrerà in contatto con Luigi Dallapiccola. Dopo la guerra, che lo costrinse ad abbandonare il conservatorio e durante la quale studiò composizione da autodidatta, Sylvano Bussotti inizia una lunga serie di collaborazioni con musicisti e compositori stranieri. Dopo le prime esecuzioni dei suoi lavori, che videro la collaborazione, fra gli altri, di John Cage, David Tudor e Carmelo Bene, Bussotti mette in scena la Passion selon Sade, basata sugli scritti del Marquis de Sade, forse il lavoro piú sperimentale tra quelli pensati per il teatro e quello che lo consacrerà alla fama internazionale, portandolo, tra l’altro, ad una lunga collaborazione con il Living Theatre. Nella produzione musicale degli anni successivi si accentueranno le atmosfere rinascimentali e la predilezione per un registro biografico, evidenti in The rara requiem (1969), i Semi di Gramsci (1971), Lorenzaccio (1972). Del 1988 è L’ispirazione, opera messa in scena da Derek Jarman al Teatro Comunale di Firenze. Tra i suoi ultimi lavori vanno ricordati la tragedia Tieste (1993) e il work in progress Silvano Sylvano (2007). Assieme  all’attività di compositore, Sylvano Bussotti ha sempre coltivato anche altri interessi, tra cui la pittura (sue opere pittoriche sono state ospitate in molti paesi, tra cui al Musée d’Orsay a Parigi) e la scrittura. Sue anche le regie d’opera – che ha spesso curato anche nell’aspetto scenografico e sartoriale – per il Maggio Musicale Fiorentino, il Teatro alla Scala, il Teatro Regio di Torino, l’Arena di Verona, la Fenice di Venezia.

Rara (film) di Sylvano Bussotti è stato restaurato dalla Cineteca di Bologna nel novembre 2007, presso il laboratorio L’Immagine Ritrovata, e sonorizzato dal vivo con un accompagnamento originale composto dal Maestro su commissione di Gender Bender come progetto speciale della quinta edizione del festival (prima assoluta 3 novembre 2007).

 

Rara (film) guardato  al pianoforte dall’autore

Italia 1969, col., 70’

Con Laura Betti, Carlo Cecchi, Romano Amidei, Anita Masini, Mario Masini, Pippo Masini, Angelica Ippolito, Tono Ancanaro, Dario Bellezza, Dacia Maraini, Luigi Mezzanotte, Franca Valeri, Daria Nicolodi, Giancarlo Nanni, Maria Monti, Cathy Berberian ed altri.

L’evento è organizzato in collaborazione con l’Associazione Musicale Lucchese.

 

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