Documentario Indipendente

Nota a Rata nece biti!

di Carolina Frosini

 

Il documentario è ideato e prodotto dalla Babydoc Film, con la collaborazione di Gianluca Arcopinto. Alla realizzazione ha contribuito anche la Nema Frontera (Associazione di volontariato per la cooperazione e lo sviluppo): molti dei personaggi che compaiono nel film sono infatti amici dell’associazione. Il documentario, oltre ad essere stato selezionato al Festival di Locarno ha vinto il

Premio Speciale della Giuria al Festival di Torino ed è stato premiato con il David di Donatello come Miglior Documentario del 2009. «Il passato non è morto: non è nemmeno passato». Gaglianone cita una frase di William Faulkner che porta in sé molto del senso di questo film. La guerra trattiene il tempo, lo rende stagnante, non permette alle sue vittime di avere un oggi, tanto meno di pensare a un domani. Questa sorta di viaggio nella memoria si sviluppa attraverso i racconti di una popolazione dilaniata da una guerra, oggi finita, ma che persiste negli sguardi, nei gesti e nelle parole di chi la racconta (da Giornate del Cinema Europeo, Gli Ori, Pistoia 2009, p. 19).

 

Rata Nece Biti!

Daniele Gaglianone, Italia 2008, col., 176’

Zoran ripercorre la sua vicenda durante la guerra nella ex-Jugoslavia, filtrata attraverso gli occhi di un bambino. Saœa è un giovane professore ancora arroccato nell’ideologia nazionalista. Aziz torna al suo passato sul fiume che segna il confine tra Serbia e Bosnia. Nafaka (titolo di un episodio) è la condizione di povertà in cui la guerra ha fatto sprofondare Srebrenica, ormai spopolata. Hajra, vedova a causa dell’eccidio etnico, aspetta ansiosa notizie da parte di suo figlio. Tracce di intolleranza e mancanza di rispetto vengono lasciate anche dai soldati ONU nei luoghi del presidio militare. Un avvilito signore fa da guida tra capannoni abbandonati e sfregiati. Mohamed porta al pascolo il suo gregge negli stessi luoghi che, durante la guerra, lo hanno nascosto. Il documentario si chiude con il retaggio lasciato dalla guerra: l’ICMP (International Commission of Missing Person) in cui si lavora per dare un nome e restituire alle famiglie le vittime delle fosse comuni.

 

Osservare il mistero: nota a Le quattro volte

di Gianluca Pulsoni

 

L’osservazione non è mai neutra, né tantomeno universale, l’antropologia ci insegna che la forza del suo gesto si radica nel tempo storico come nello spazio sociale, tra l’io e la collettività: di epoca in epoca, di società in società, non si è sempre visto allo stesso modo. Data tale premessa, parlare di cinema e nello specifico di quella modalità di rappresentazione tipica chiamata “documentario”, vorrebbe dire provare a contestualizzarne storicamente il significato. Quali potenzialità dello sguardo esprime oggi, a tutti gli effetti, un documentario? La domanda è complessa, e certamente implica qualcosa in piú della mera idea di un “realismo” qualsiasi, qualcosa che per

esempio vada verso la creazione di nuove forme “ibride”, oppure verso una configurazione sempre piú particolare del rapporto registrazione/ narrazione. Prendiamo allora un esempio al riguardo illuminante, Le quattro volte di Michelangelo Frammartino, film celebrato in tutto il mondo, ora incluso nel programma del festival di quest’anno. Siamo di fronte ad un’opera tanto documentaristica nel seguire un certo linguaggio quanto sottilmente perturbante negli effetti. Evoca altro. Non si tratta però di ammirare uno stile in bilico tra documentario e finzione, ma di comprendere un lavoro sulla composizione filmica: nel seguire le vicende messe in scena in un paesino contadino calabrese, lo sguardo dell’autore scopre una distanza ideale, capace di far coesistere forza delle immagini e brani di vita sociale, frammentazione episodica e disegno generale. Attraverso un ritmo fatto di pause, silenzi, attese, intervalli, veniamo condotti su una via che ci presenta “la natura delle cose” come trama segreta, mistero del reale. Una suggestione che in Italia manca, in fondo, da tanto.

 

Le quattro volte

Michelangelo Frammartino, Italia 2010,col., 90’

Il ciclo vitale di un uomo, di un animale, di un vegetale e di un minerale. In una visione poetica della natura e delle tradizioni dimenticate di un luogo senza tempo.

 

Nota a I campi ardenti

di Catherine Libert

 

I campi ardenti fa parte di una serie di film ancora da realizzare che si intitola Les chemins de traverse, in cui figureranno ritratti di registi italiani come quello che abbiamo realizzato con Beppe e Isabella. Essendo molti i cineasti da incontrare e molti i luoghi, ho immaginato il nostro progetto comporsi di una dozzina di episodi ognuno dei quali dedicato a una parte del paese… Pervasi

dall’entusiasmo per l’incontro con Beppe e Isabella, abbiamo iniziato il nostro percorso da Roma senza preoccuparci della rotta che ci eravamo prefissati.

 

I campi ardenti (Les champs brûlants) Stefano Canapa e Catherine Libert,

Italia-Francia 2010, col., 72’

Dalle rovine del Circo Massimo a Roma, a quelle del Rione Terra a Pozzuoli, passando per le periferie della capitale, si realizza l’incontro tra Enrico Ghezzi e il cinema di Isabella Sandri e Giuseppe Gaudino. I “campi ardenti”, dove Gaudino nel 1997 realizzò Giro di lune tra terra e mare, diventano testimonianza dell’ostinazione di chi, inseguendo sogni effimeri quanto le immagini in movimento, si oppone al declino della cinematografia italiana alla quale manca ogni orizzonte possibile. Il film è stato selezionato nel 2010 al Festival di Locarno, al Festival del Cinéma du Réel a Parigi ed al Festival di Torino, dove ha ricevuto il premio speciale della giuria.

 

Città-stato

Giuseppe Spina, Italia 2011, col., 35’

Nel sud Europa vige ancora oggi la forza di una vera e propria “città-Stato”, mezzo fondamentale alla macchina di potere nazionale. Qui gli uomini di partito e i mafiosi, i sindacalisti e gli imprenditori, i prefetti, i questori, i cardinali, camuffano il disordine con l’ordine, continuando una secolare gestione sperimentale della vita delle masse, basata su furto e corruzione, mentre le pratiche mondiali si susseguono uguali a se stesse: guerra, crisi, titoli tossici immessi nel mercato, iniezioni di liquidità monetaria, sfruttamento. È un film che nasce con un atto illegale come unico atto possibile. Il materiale d’archivio S-VHS che va a comporre questo lavoro è solo un frammento della parte oggi in rovina nei garage di numerose televisioni locali. In mano a imprenditori asserviti all’attuale gioco politico-mafioso che tendono a nasconderlo, questo materiale è tra le poche prove storiche di quanto accadeva in Sicilia e, in particolare, a Catania, nel periodo tra il 1992 e il 1994. Una fase di guerra civile in una nazione economicamente in ginocchio in cui la politica, l’imprenditoria e la mafia, come forza unica, si opposero a quel tentativo di ribaltare il sistema di corruzione vigente. Da questa vittoria nacque la “Seconda Repubblica Italiana”. La “città-stato” continua cosí la sua marcia al di là di tutto, dentro tutto. Negli anni, l’oblio segue ad essere imposto tra la gente ma la storia non si è mai congedata e un brusco risveglio ci attende tutti. Città-stato fu inizialmente un progetto malastrada.film e Cinemautonome. Dopo il distacco avvenuto tra queste entità produttive nel marzo del 2010, il progetto è stato sviluppato in autonomia da Giuseppe Spina in 3 versioni/proiezioni uniche, differenti in durata e tipologia di sperimentazione. Oggi, grazie alla co-produzione di Cinemautonome e Nomadica e all’aiuto in post-produzione di FrameOFF, si è giunti alla versione definitiva dell’aprile del 2011.