Omaggio a Philippe Garrel

Les enfants désaccordés

Philippe Garrel, Francia, 1964, b/n,15’

Con Maurice Garrel, Christiane Pérez, Pascal Roy

Una fuga di una giovane coppia da scuola e casa, sono felici in una villa solitaria da qualche parte, poi, sono … addormentato?

“Quando lo guardo oggi credo che questo è esattamente ciò che è successo alla nostra generazione: infatti noi siamo totalmente fuori fase, superati dal mondo della consumazione, la corsa. A quel tempo non avevo pienamente realizzato questo fatto.”
Philippe Garrel (Cahiers du Cinéma, 1968)

 

Le Révélateur

Philippe Garrel, Francia, 1968, b/n, 67′

Con Stanislas Robiolles, Laurent Terzieff, Bernadette Lafont

Girato poco tempo dopo il maggio 1968, il film traccia il percorso di iniziazione di Stanislas, un bambino di cinque anni. Lui è il Rivelatore che, dopo la scomparsa dei genitori, vaga da solo per il mondo per realizzare la sua dimensione divina. È un’opera muta. Sulla scena primaria parlano le immagini: come si fa un film? E un bambino? E cosa fanno mamma e papà sotto le coperte?

Se la separazione è la figura generatrice dell’opera di Garrel, è perché essa è fondata sull’impressione provata con violenza a cinque anni davanti alla separazione dei genitori… A questa coppia primordiale viene spesso ad aggiungersi un bimbo. Egli simboleggia l’interesse del cineasta per gli stati nascenti, originali: contemplando la proiezione saltellante di un film di Charlot, il bambino di L’enfant secret, che non sa trovare le parole per descrivere ciò che vede…quello di Le Révélateur gira attorno ai genitori per scoprire il mistero della propria nascita, mentre il titolo del film, come il suo procedimento (muto e bianco e nero) evocano le origini del cinema. A partire da questi sguardi vergini, si potrebbe abbozzare una prima definizione del cinema secondo Garrel: la captazione immediata della vita da parte del bambino privo di parole.
(Jean Douchet, Philippe Garrel, 1996)

 

La cicatrice intérieure

Philippe Garrel, Francia, 1972, col., 57′

Con Nico, Philippe Garrel, Pierre Clementi, Ari Boulogne

Una Cicatrice interiore è un film estremo, senza compromessi di alcun tipo, di stampo prettamente sperimentale, che prosegue lungo le coordinate tracciate del gruppo Zanzibar, avamposto culturale per un gruppo di artisti ispirati dalle avanguardie, che sul finire degli anni ’60, si dedicarono ad un tipo di cinema lontano da logiche commerciali. Vi fecero parte, oltre a Garrel, Daniel Pommereulle, Michel Fournier, Alain Jouffroy, Bernadette Lafont, Serge Bard, Claude Martin, Patrick Deval e Edouard Niermans. Di quella stagione così particolare, che ruota intorno agli eventi del ’68, Garrel si rivelerà l’autore più eccentrico e originale. La Cicatrice interiore diventerà così, un piccolo manifesto di audacia autoriale e purezza creativa. Un’opera spregiudicata, che non spiega nulla e che rifiuta tutte le retoriche possibili di una classica storia lineare. Un eterno presente, un eterno girare su stesso, come una delle tante carrellate, che stilisticamente

 

Liberté, la nuit

Philippe Garrel, Francia, 1983, b/n, 82′

Con Emmanuelle, Riva, Maurice Garre, Brigitte Sy, Christine Boisson

Liberté, la nuit, un titolo con una virgola nel mezzo di un film diviso in due parti. Un film in bianco e nero con un lato oscuro e un lato gioviale. La prima parte del titolo evoca la politica, come la storia ricorda i tempi della guerra d’indipendenza algerina, la seconda parte rappresenta lo stato d’animo che aleggia sopra le immagini eminentemente dolorose. Non c’è nemmeno un accenno di luce nella libertà del titolo. Vive solo metaforicamente nel buio e languore della notte.

 

J’entends plus la guitare

Philippe Garrel, Francia, 1991, col., 98′

Con Benoît Régent, Johanna Ter Steege, Yann Collette, Edith Boulogne

A Positano, con Martin e Lolla, Gérard vive il perfetto amore con Marianne. Un giorno, a Parigi, Marianne lascia Gérard per un altro. Un film non facile, ma molto interessante per la rigorosa scelta stilistica.

Un film sull’infelicità; però anche un film sull’amore, o meglio sull’inafferrabilità dell’amore. E’ un’opera di parole, ma anche di lunghi silenzi, di gesti, di sguardi. Garrel ricorda Godard per l’uso del/sul linguaggio (soprattutto nella prima parte). Il regista francese utilizza campi strettissimi in cui l’individuo (i suoi gesti) è il padrone assoluto della scena. Il resto, il contorno, si può solo intuire e spesso è un lampo bianco sparato su cui si stagliano le figure umane come facenti parte di un collage (esistenziale). Le inquadrature sono spesso fisse, lunghe e in poche occasioni la mdp compie lievi movimenti. Gli stacchi sono il più delle volte netti e spostano l'(in)azione in maniera quasi “feroce”. Garrel filma l’invisibile e “sfida” lo spettatore comune. Un’opera non facile e di alto valore intellettuale (ma non intellettualistico) che viviseziona l’essere umano, che scava nei suoi sentimenti….non descrivibili a parole…..

 

La Frontiére de l’aube

Philippe Garrel, Francia, 2008, b/n, 106′

Con Louis Garrel, Laura Smet, Clémentine Poidatz, Vladislav Galard

Carole è una star che vive spesso sola, trascurata dal marito, e  che incontra un giovane fotografo, François, di cui si innamora e con il quale inizia una relazione. Di ritorno da un viaggio d’affari il marito li scopre e i due sono costretti a interrompere il loro menage. Carole scivola nella depressione e si uccide. Un anno dopo, poche ore prima del suo matrimonio con un’altra donna, François ha una visione. È Carole che lo chiama, da un’altra dimensione.

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