PER UN CINEMA AMATORE: STAN BRAKHAGE

L’ATTO DI VEDERE SENZA I PROPRI OCCHI

 

di Donatello Fumarola

 

Un piccolo omaggio al gran mastro e maestro d’arte del cinema amatore. Dalla sua sterminata filmografia (quasi quattrocento film realizzati in cinquant’anni) abbiamo scelto alcuni bagliori, alcune schegge rivelatorie di un percorso stratificato e articolato in più direzioni, la punta di un iceberg grande come un continente. Anche perché il mosaico di interessi (ma dovrei dire ‘degli amori’) inseguiti da Stan Brakhage col suo cinema è molto ampio e fuoriesce continuamente dalla sua dimensione domestica – dimensione che amava rivendicare e ribadire nei suoi testi teorici.

Di lui possiamo dire oggi che è un classico, come John Ford. I suoi film parlano la lingua degli scultori greci, dei mistici medievali, di Li Po, di Dante, dei botanici e degli astrologi, degli impressionisti e dei sognatori. Parlano una lingua che forse oggi non parla più nessuno, antica e silenziosa. Parlano d’amore. Di oblio. Di dolore. Di lotta per la sopravvivenza. Del desiderio di conoscenza. Della luce (“tutto è luce e sembianza di luce” ci disse come prima cosa quando lo incontrammo per registrare la conversazione che vedrete). La luce che da’ corpo alle visioni autoptiche di The Act of Seeing With One’s Own Eye, vera e propria introduzione al metodo-Brakhage (qualora ne volessimo scegliere uno solo) – e ci dispiace non poter mostrare gli altri due pezzi della cosiddetta ‘trilogia di Pittsburgh’, da poco restaurati, Eyes e Deus Ex. La luce cosmica inseguita da Dog Star Man – lo scontro (la sovrimpressione) tra corpi terrestri e corpi celesti. La luce cercata, provocata, graffiata dei suoi film ‘fatti a mano’ (‘digitali’ – e infatti nel suo cinema 1 + 1 fa sempre 11). Nonostante la sua sostanziale integrazione ‘storica’ (soprattutto da parte dei chierici del “cinema sperimentale”) il suo è un cinema del tutto a sé, una cinematografia in sé, un unicum nella storia delle immagini in movimento (nonostante i numerosi epigoni, e gli sparuti precursori).

L’atto di vedere (o se preferite: l’arte della visione – che poi è il titolo del film di quattro ore realizzato con tutte le sequenze di Dog Star Man allineate una dopo l’altra e non più sovrimpresse) non può che compiersi – ci suggerisce Brakhage – con gli occhi chiusi o con gli occhi di quell’altro che siamo noi stessi (Rimbaud diceva: io è un altro). L’altro che sono i nostri stessi desideri, l’altro che è il nostro stesso pensiero. In questo senso il salto nel vuoto, la caduta del pensiero a cui ci invita Thot-Fal’N è un’altra chiave d’accesso, e che questa caduta ce la mostri attraverso un palloncino lanciato in aria (da William Burroughs) ci dice quanto semplice e paradossale insieme sia il gioco che le immagini ci lasciano baluginare sotto il naso. Perché non basta aprire gli occhi per vedere.

BIOGRAFIA

 

Stan Brakhage nasce a Kansas City (Missouri), nel gennaio del 1933. Trascorre l’adolescenza con la madre adottiva a Denver (Colorado), dove comincia la sua attività di regista. Nel 1952 gira il suo primo film, Interim, e nel 1959, dopo aver vissuto a New York, San Francisco e Princeton, ritorna nel Colorado e si sitema con la famiglia a Rockies. Negli anni ’60, abbandona le tracce narrative neorealiste dei suoi primi film per sperimentare visioni meno legate alla rappresentazione, create sulla pellicola lavorata a mano fotogramma per fotogramma. Molti lavori hanno per soggetto la famiglia e il paesaggio del Colorado (Window Water Baby Moving del 1959, 23rd Psalm Branch del 1966-67, per esempio), mentre con opere come Mothlight (1963), The Art of Vision (1961-65) e Fire of Waters (1965) studia le relazioni tra la luce, il colore e gli elementi naturali (l’acqua il fuoco, la vegetazione, le pietre) attraverso un lirismo che si lega alla scrittura di Gertrud Stein (amatissima da Brakhage, che l’ha omaggiata apertamente nel 1989 con Visions in Meditation, ispirandosi a “Stanzas in Meditation”). Nel 1969 insegna Storia del cinema alla School of the Art Institute di Chicago e sarà poi docente dell’Università del Colorado a Boulder dal 1981 al 2002. Dagli anni ’70 fino alla sua morte intensifica la pratica pittorica su pellicola, creando diverse serie, di durata variabile dai pochi secondi a molte ore (The Romans Numeral Series nel 1979-80, Arabic Numeral Series, 1980-81, Babylon Series, 1989-90, The Persian Series, 1999-2000), girati in vari formati, dal Super8 al 35mm, utilizzando persino l’IMAX 70mm). In tutta la sua vita ha realizzato quasi 400 film e ha scritto numerosi testi teorici (tra cui Metafore della visione, unico tradotto in italia, nel 1964). Negli anni ’90 ha ripreso e sviluppato la tecnica dell’hand-painting (la pittura applicata direttamente sui singoli fotogrammi) sperimentata per la prima volta in Dog Star Man (1961-64) e ha completato i suoi ultimi lavori (Stan’s Window e Chinese Series, 2003) nella casa di Vittoria, in Canada, dove si era trasferito nel 2002 con la seconda moglie, Marilyn, e dove è morto nel marzo del 2003.

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