Dealer

Dealer

Deal

Dead

…”Se è fortunata, tra un paio di giorni ne esce”…

“E se non è fortunata?”

“Ne esce prima.”                                                                                                  di Francesco Giani

Nell’insondabile esplorazione del vuoto, nell’ovatta che circonda il pianeta alieno in cui il Dealer si muove, il terreno vibra. L’aria vibra. pulsazioni elettroniche extradiegetiche, onnipresenti, ossessive. Una camera che ruota lentamente, scruta lo spazio vitale in cui si consuma la stasi. Irreversible al cloroformio, notte dei vivi morenti. in un presente il cui tempo galleggia sotto formalina respirano carcasse umane come in un’apocalisse post-romeriana, detriti di umanità inghiottiti da spazi- sepolcri (“Questa non è la sua tomba. La sua tomba è al cimitero.” … “Ma tua madre non è li. Lei è qui”).

Tutti partecipano al pasto nudo tranne il Dealer, il cui sangue è nuovamente pulito. Lui si limita a caracollare da un disagio umano all’altro; è il collante che lega i superstiti di questa fine del mondo. Come in Clean, Shaven dell’americano Lodge Kerrigan, i suoni si impregnano di riverberi nervosi, amplificazioni realistiche che definiscono un’estetica .

E’ un’opera altamente funerea l’opus n°2 di Benedek Fliegauf. Una processione di 136 minuti sospesa su di uno stato di perenne dormiveglia, un limbo in cui realtà e sogno tendono a confondersi reciprocamente. Ma è anche l’opera di un ragazzo dotato di una personalità tale da saper piegare la forma ai tempi sedati del racconto, capace di lasciar fluttuare gli interpreti nello spazio dell’inquadratura e di trascinarli da un’ellissi all’altra plasmando semplicemente quei confini. Schiacciandoli, muovendo aria al loro interno.

L’evidenza è che la dimensione di Dealer non appartiene al nostro presente, non è possibile che vi appartenga. E’ palese, necessario (credere) che qualcosa sia accaduto alla terra, che quell’intestino di città sia situato in un altroquando dagli ingranaggi difettosi. Emblematica in questa chiave di lettura una sequenza dagli echi metafisici: il protagonista percorre una strada di periferia deserta (quasi tutti i luoghi del film sono privi di anime, del resto) e durante il tragitto, in una delle due corsie, un uomo prende a martellate il parabrezza di un’auto in sosta. Lo fa da sopra il tettuccio. Siamo ben oltre l’effetto straniante; l’azione è ripetuta meccanicamente, senza urgenza. Un automa avulso dal contesto ma al tempo stesso parte integrante della scenografia. Del resto, anche il più recente (e dolorosissimo) Womb, situa le vicende in uno spazio-temporale di altra natura, esplicandolo tuttavia palesemente. In Dealer lo si può intuire (azzardare?)  osservando la deriva di una società che pare sopravvissuta ad un’ invasione di morti (ancora, non a caso, riferimenti alla saga di Romero), e ciò che resta è il frutto della resistenza: pochi sparuti individui malati e tossici. Ed è qui che risiede lo scarto narrativo più interessante: la droga non è un accessorio di cui si mostrano le conseguenze per chi ne abusa; è uno stato esistenziale, un anestetico dalla natura quasi genetica. Come se la nuova razza ne avesse sviluppato geni propri. In quest’ ottica aberrante, il Dealer diventa dispensatore di vita anziché di morte; un angelo ambiguo, sottilmente utile al sostentamento di ciascuno. Questa condizione ontologica genera forse l’incapacità di provare disprezzo nei suoi confronti e gli conferisce un barlume di umanità in grado di accendere una flebile speranza nello spettatore.

Ma l’opera torna a soffocare i bagliori riflettendo sulla pericolosa deriva della psiche umana raggiunto il punto di rottura: la corda tesa nel vuoto su cui il protagonista cammina passo dopo passo si spezza dopo la frase di una bambina, detta a bruciapelo. Nell’economia narrativa, una battuta apparentemente di raccordo; nelle conseguenze della storia, la definitiva spinta verso il baratro, il punto di non ritorno. Le conseguenze si sviluppano tuttavia con naturalezza, senza strappi, perfettamente in linea con i toni narcotizzati dell’opera: la scelta lancinante è un incredibile svolta che si consuma in silenzio. A noi resta solo il vuoto di una debole luce che si allontana sempre più, fino al totale blackout.

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