Gravity. Il (fanta)cinema puro di Cuaròn

«A 600 KM DALLA TERRA

NON C’ È NULLA CHE TRASPORTI IL SUONO

NON C’È PRESSIONE DELL’ARIA

NON C’È OSSIGENO

LA VITA NELLO SPAZIO È IMPOSSIBILE»

Cuaròn si improvvisa illusionista e un iniziale, lento pianosequenza, che indugia su corpi e oggetti fluttuanti, provoca un’estatica contemplazione dell’universo, un’esperienza sensoriale del dolce cosmico fluire.

Gravity non è solo potenza espressiva dell’immaginifico

Un connubio inestricabile tra sogno e realtà, ma è anche una sorprendente indagine ontologica nella coscienza di una donna, la dott.ssa Stone, che dovrà risolvere i suoi profondi dissidi interiori, lontana da ogni ancoraggio gravitazionale.

Uno sciame di detriti spaziali colpisce lo Shuttle e il telescopio Hubble distruggendoli, in una terribile colluttazione che ingaggia una lotta per la sopravvivenza degli astronauti.

Il roteare impazzito della macchina da presa alterna il buio oblioso dello Spazio, alle luci riflesse e suffuse sprigionate dalla Terra, che simboleggia la speranza del ritorno.

Il geocentrismo si scontra con l’infinitamente piccolo che l’uomo incarna in relazione all’Immenso.

In una centrifuga senza controllo, le scene claustrofobiche imprigionano lo Spazio infinito e a fatica veniamo fuori da un miasma di panico, incertezze e precarietà della condizione di mortali.

È in questo contesto che si evince il tema fondamentale della ri-nascita dell’uomo, anzi della donna, come riaffermazione del femmineo e richiamo al mito della Grande Madre.

I corpi dei due astronauti sono collegati ad un cavo “ombelicale”, mentre fluttuano nel liquido amniotico del vuoto.

L’atterraggio d’emergenza della navicella, slogan del “non mollare ora“, è un seme che feconda la Terra, dal quale si genera nuova vita. La donna trionfante esce dall’acqua e simula l’evoluzione della specie in una sequenza di fasi concitate: pesce, anfibio, rettile, scimmia, homo sapiens.

Il regista messicano entra di diritto nella tradizione del cinema di fantascienza, ma la sua ascetica tensione al sublime, la forza poetica delle immagini, non sono soltanto il risultato sbalorditivo di effetti speciali.

Una fotografia da Oscar, quella del pluripremiato Emmanuel Lubezki, si staglia per sempre nell’immaginario collettivo degli appassionati del genere e commuove.

Una Sandra Bullock da Oscar, spalleggiata da un impeccabile George Clooney freddo nelle azioni e caldo nelle emozioni.

Gravity: una lezione sulla genesi dell’umanità, l’eterno ciclico ritorno, la manifestazione epifanica della vita, il (fanta)cinema esistenziale di Cuaròn.