Quest’anno, tra gli ospiti d’onore al Lucca Film Festival e Europa Cinema, anche il regista Oliver Stone, che sarà protagonista di una conversazione con il pubblico e riceverà numerosi riconoscimenti. Uno dei maggiori sostenitori del festival, Banca Pictet, offre nelle sue più recenti analisi l’occasione per approfondire un aspetto tutt’altro che secondario della poetica del tre volte premio Oscar. Infatti, già dal suo terzo lungometraggio Salvador (1986), Oliver Stone si conquista la fama di regista politico e “polemico”, da sempre impegnato nell’esame approfondito di quell’America a cui risulta legato da un rapporto tanto stretto, quanto conflittuale. Il regista statunitense sembra infatti esserne uno dei più lucidi e (tutto sommato) meno partigiani analisti e statisti, nonostante un’avversione per la statistica economica e matematica che gli impedirà di seguire le tracce del padre Louis Stone, agente di borsa ai tempi della grande depressione.

Etica, America

Un’avversione che non gli impedisce tuttavia di costruire opere cinematografiche tutt’altro che sommarie nella disamina dei meccanismi politico-economici, centrali nei suoi film. E, a ben guardare, le critiche mosse all’America del massacro vietnamita nel celeberrimo Platoon, non sono poi così distanti dalle critiche all’America del miracolo economico a cavallo tra gli anni ’80 e ’90.

Stone non perde mai di vista l’esigenza di ritrovare una giustizia di fondo nel sistema in cui agisce, l’umanità dietro al soldato pacifista di Platoon e l’etica dietro al magnate della finanza di Wall Street, una netta e indispensabile divisione tra buoni e cattivi, due volti della stessa realtà. Indimenticabile e iconico il personaggio di Gordon Gekko-Michael Douglas (Wall Street, 1987), stereotipizzazione necessaria e costruita su base reale, ancora una volta partecipata. Come il soldato pacifista Chris Taylor in Platoon, contraltare puro alla mela marcia Bob Barnes, significativamente interpretato dallo stesso attore, Charlie Sheen, così il broker Bud Fox e le sue dolorose recrudescenze etiche, impiantate su un olimpo finanziario parossisticamente disumano, eppure più che mai reale. Taylor e Bud sono, dunque, incredibilmente vicini, figure per le quali passa il fil rouge dell’intera filmografia stoneiana: gli aspetti autentici ed eticamente validi che sopravvivono con fatica tanto alla proverbiale avidità del monologo pronunciato da Gordon Gekko, quanto all’omicidio a sangue freddo di Elias Gordin da parte del degenerato Barnes.

Stone e lo strapotere dei media

A questa realtà, di cui è sapiente osservatore, non ha risparmiato, anche di recente, critiche al vetriolo. In occasione della presentazione del documentario che ha prodotto, Ukraine on Fire, sulla rivoluzione Ucraina del 2014, Stone ha mosso infatti accuse tutt’altro che velate, in special modo, ai media statunitensi e alla loro tendenza a scaricare ogni responsabilità, in materia di conflitti internazionali, sulla Russia di Putin. Responsabilità che, invece, il regista newyorchese ha sostenuto, con la consueta grinta, essere tutta americana, come tutta americana è stata a suo parere la scelta del presidente Donald Trump. Ha inoltre criticato, a più riprese, New York Times, Washington Post e tutte le altre prestigiose testate americane, colpevoli di accettare le notizie fornite dalle agenzie governative, spesso e volentieri senza approfondirle ulteriormente. In specifico riguardo al presidente Trump, ha poi definito inconsistenti le teorie di ingerenza russa nelle recenti elezioni.

“A un certo punto [la stampa ufficiale] ha smesso di avere senso critico. La funzione del giornalismo dovrebbe essere quella di analizzare le teorie delle fonti ufficiali e criticarle. Sono gli Stati Uniti che hanno una lunga tradizione di ingerenza nella politica di altri paesi, non la Russia.”

Ma l’anti-conformismo mediatico di Stone è tutt’altro che il tentativo apologetico favorevole a una legittimazione dell’iper-criticato e neoeletto presidente degli Stati Uniti, quanto, piuttosto, il riflesso di un approccio lucido e diffidente nei confronti di una tendenza dei media alla semplificazione nel veicolare le opinioni. Non sorprende, infatti, che il regista avrebbe preferito di gran lunga veder competere alla Casa Bianca il democratico Bernie Sanders, al posto di Hillary Clinton. Del resto, la carriera della candidata d’establishment pare, per certi versi, più vicina a quella di un leader conservatore che a quella di un democratico. A questo proposito, il premio Oscar ha fortemente criticato la posizione assunta della stampa, colpevole di aver delineato la controparte repubblicana rappresentata da Donald Trump come una figura impresentabile, indicando invece la Clinton come l’unica alternativa rispettabile.

“Trump è, sì, impresentabile, ma la ex first lady ha subito un lavaggio del cervello ad opera dei neoconservatori”

Un approccio che banca Pictet definisce ragionevolmente “attendista”, considerando quanto al centro della filosofia del regista sia, da sempre, l’esigenza tanto di una moralizzazione della finanza, quanto di un abbandono definitivo dei conflitti internazionali.

In “difesa” di…

Del resto, quella di “difesa” e continua analisi degli scenari a venire è, secondo Banca Pictet, una posizione tipica dei mercati in questa fase. Singolarmente in linea con le previsioni stoneiane appaiono infatti, su Mondo Pictet, i rilievi di Andrea Delitala, che parla di

“ottimismo per l’atteggiamento di Trump, che ha incoraggiato i mercati”.

In particolare si fa riferimento alla tanto demonizzata strategia aggressiva della campagna elettorale, che a livello fattuale sembra rivelarsi invece molto meno perentoria di quanto lasciasse presagire.

Dietro alla volontà di abolire l’Obamacare si cela infatti l’intenzione del presidente di far scendere il prezzo dei farmaci. Dichiarava infatti in un tweet dello scorso 7 marzo:

“Sto lavorando a un sistema nuovo in cui ci sarà più competizione nel settore farmaceutico e i prezzi per il popolo americano scenderanno di molto”.

In particolare, Trump ha mostrato una notevole volontà conciliativa nei confronti della Cina, specialmente in rapporto alla speculazione sui titoli biotecnologici a Wall Street. Il più significativo traguardo è quello della Hutchison China MediTech Ltd, società di biotecnologie cinesi che ha riportato ottimi risultati con il suo farmaco per il trattamento del cancro del colon-retto, proprio grazie alla collaborazione con Eli Lilly, una Big Pharma statunitense. Farmaco che sembra non solo garantire l’obiettivo primario, cioè la sopravvivenza dei malati, ma anche costituire il biglietto da visita per China Med, che lo scorso anno si è quotata sul Nasdaq con un’Ipo da 100 milioni di dollari.