Peter Greenaway, tra cinema e arte

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“Il cinema è troppo importante per lasciarlo fare ai narratori di storie”

Sono parole di Peter Greenaway, pittore prima che regista, e figura di straordinaria importanza nel panorama cinematografico internazionale. Immancabile, fra i più grandi ospiti passati per il Lucca Film Festival, il cineasta britannico ospite nel 2013, ha tenuto a Lucca una lectio magistralis. Si è occupato inoltre di  “The Towers/Lucca Hubris”, progetto multimediale realizzato con la collaborazione di Change Performing Arts di Milano. 22 storie assurde, grottesche e dotate di un’ironia più che mai greenwayana, ambientate a Lucca nel Medioevo, e raccontate miscelando l’utilizzo delle arti visive e della performance. Costruita in studio a Porcari, con il supporto delle più avanzate tecnologie green screen, l’opera rientrava nel pacchetto delle celebrazioni del restauro del Complesso di San Francesco, presentata da Greenaway in persona, quell’anno.

Bellezza, decomposizione, ironia

Fin dall’inizio della sua attività, Peter Greenaway ha costruito un immaginario inconfondibile, vero e proprio archivio d’immagini e sequenze iconiche, dal banchetto cannibale di “Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante“, al cigno morto di “Lo zoo di Venere“, passando per le inquadrature nelle inquadrature dei settecenteschi personaggi di “I misteri del giardino di Compton House“.

Un cinema pittorico, d’arte e cibo, colore e decomposizione, dove il primo rotten element  è l’uomo, nel suo rapporto col benessere, in una società di classi che sopravvivono in forza di meccanismi reciprocamente cannibali. Come dimenticare il corpulento e malato protagonista di “Il ventre dell’architetto“, con la sua multidirezionale psicosi amorosa: quella per la donna e quella irrealizzata e irrealizzabile per l’architetto-utopia Etienne Louis Boullée. Ma il dramma non è mai protagonista, protagonista è l’Immagine, l’arte della decomposizione (dei corpi, come dei rapporti), e della ricomposizione visiva in un barocco disturbante eppure di straordinaria bellezza, perfezione grafica e brutale ironia.

Cinema e quadri

L’arte assume in Greenaway il ruolo di protagonista anche in senso storico, si pensi al film “Nightwatching“(2007), dove dramma e ironia non mancano d’incontrarsi per raccontare cospirazioni e complotti dietro al celebre dipinto di Rembrandt, La Ronda di Notte (The Night Watch).

“Ci sono quattro concetti che ruotano intorno a Rembrandt che sono stati per me sorgente per realizzare Nightwatching: denaro, sesso, cospirazione e pittura. La prima domanda è sociale, la seconda voyeuristica, la terza intellettuale e la quarta filosofica e, sebbene il pubblico generale potrebbe non vederla come tale, l’ultima domanda è la più importante. Come è stato possibile che un pittore così straordinariamente ricco e rispettato per metà della sua vita, abbia potuto morire nell’indigenza? Che cosa fa in realtà la pittura? Potremmo porci la stessa domanda per quanto riguarda il cinema. Che cosa fa in realtà il cinema?”

Una colonna sonora per la scultura

Oggi, a 74 anni, Greenaway sembra essere di diverso avviso. Presso Poevisioni a Genova, il Giugno scorso, spiegava con la consueta ironia i suoi progetti presenti e futuri:

“Il cinema è finito, lo faccio perché sono un fossile”

Ma, nonostante questo, l’instancabile pittore dello schermo, già in occasione della proiezione a Genova di “Eisenstein in Mexico” (2016), parlava di un suo prossimo progetto sulla stessa linea.

“Ho sempre considerato incestuosi i registi che raccontavano di altri film o di altri registi. Ma oggi ho 74 anni e mi sento abbastanza vecchio per guardare (e raccontare) le persone che mi hanno influenzato agli inizi ed entusiasmato con la loro opera: Vermeer, Rembrandt, Eisenstein. Brancusi, prossimamente.”

Walking to Paris“, così si intitola il prossimo progetto, racconterà infatti di quando, ventiseienne, lo scultore rumeno Constantin Brancusi decise di raggiungere Parigi: senza soldi, percorse a piedi 1500 chilometri da Bucarest alla capitale francese.

“Era pastore, poverissimo, ma aveva la coscienza di essere un artista e dunque non poteva non vivere a Parigi”

commenta il regista britannico. Le riprese, che si sono svolte per il momento in Svizzera e Basilicata, sono ancora in corso, e si propongono di rispettare la divisione in quattro parti del film, corrispondenti alle stagioni. Dunque, se il cinema di Greenaway

“nasce dalla delusione che la pittura non avesse una colonna sonora” (Genova, 2016),

chissà che, in primavera, quando “Walking to Paris” sarà concluso, non sarà riuscito a dare quella colonna sonora anche a uno dei più grandi scultori dell’età contemporanea.