The Young Pope: un trionfo italiano

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L’anno scorso, durante la masterclass al Lucca Film Festival-Europacinema, Sorrentino aveva detto del protagonista di This must the place:

Sean Penn ha aggiunto qualcosa al film. I grandi attori si infilano negli interstizi che gli lasci liberi, si impossessano del personaggio, come cammina, come si muove”.

E’ facile, allora, pensare lo stesso di Jude Law quando lo ammiriamo in The young pope, la serie co-prodotta da Hbo, Sky e Canal+, tre importantissime emittenti televisive.

Lenny Belardo è la quintessenza dell’eroe sorrentiniano: disilluso e cinico, come Jep Gambardella, un po’ rockstar, come il Cheyenne di This must be the place, solitario come Titta e potente come Il divo, di cui il regista aveva introdotto la proiezione al festival passato.

Lenny è un “papa giovane”, bello e affascinante, diabolico e cinico ma “santo” per sister Mary, sua madre adottiva. E’ capace di miracoli, ma non gli riesce di vivere come un uomo normale; abbandonarsi alla gioia o al dolori quotidiani, figli di sentimenti normali come l’amore, è per lui un’impresa impossibile. Lenny vuole annullare il suo corpo e la sua immagine, disintegrare la sua umanità e diventare un tramite etereo fra il cielo e la terra: lo stesso Lenny si definisce, nella prima puntata, come Dio:

Tre in un uno ed uno in tre”.

Vuole fare la rivoluzione ma allo stesso tempo è un irriducibile conservatore. In poche parole “a contradiction”, come egli stesso definisce il suo papato.

Il suo sogno non è la chiesa povera di Papa Francesco ma la chiesa dei grandi papi della Roma Barocca, i committenti di San Pietro e delle opere berniniane. Sono indimenticabili le scene in cui Belardo si prova i diversi costumi e appare in scena adornato di gioielli e stoffe preziose, come i prelati durante la “Sfilata di moda sacra” alla fine di Roma, capolavoro di quel Fellini che Sorrentino ringraziò alla cerimonia degli Oscar.

Nonostante il carisma e il potere da star di Jude Law, è impossibile non parlare di Silvio Orlando. Il cardinale Voiello è più cinico del Papa, più esperto di economia degli economisti e fiero di essere considerato un “cattivo”. Su di lui hanno scritto più di quindici libri, che egli regala con gioia a tutti i suoi ospiti. Il Segretario di Stato, come Lenny e grazie a Lenny, muta decisamente durante la serie. In altre parole, diventa umano.

Dalla iniziale eccitazione verso la statuina della Venere che “tiene 4000 anni” alle dolci frasi a Suor Mary, “Come è bella di notte Suor Mary”. Si innamora in modo infantile, così come tutti i personaggi dei film di Sorrentino. All’inizio ci paiono cinici, disillusi, solitari e misantropi, ma nel finale delle loro vicende si dimostrano bambini ingenui che hanno bisogno della compagnia dei genitori, di un’amica o di un amico.

Che cosa ci siamo dimenticati dunque?

Paolo Sorrentino è riuscito a creare una serie diversa, un lungo film da dieci ore, nel quale non ci si annoia mai. The young pope è una virtuosa meditazione sul potere e sulla religione, dove in ogni episodio si alternano una prima parte dialogata, statica, al culmine della quale si assiste sempre a un grande evento, spettacolare come il discorso ai cardinali in una Cappella Sistina ricostruita identica all’originale. Il regista non rinuncia al suo stile e muove la macchina da presa con le carrellate e i pianosequenza che l’hanno reso famoso.

The young pope potrebbe aprire le porte della serialità televisiva a molti registi europei, ormai sdoganata la televisione di qualità anche per gli autori che hanno affidato la loro carriera, finora prevalentemente, al mezzo cinematografico. Si potrebbe competere con l’egemonia seriale americana a favore di una nuova, grande, ricrescita del cinema europeo e italiano che, anno dopo anno, si sta dimostrando sempre più in salute.

Ora che la conferma sembra essere ufficiale, e che anche in America The Young Pope sembra aver riscosso un ottimo successo, non ci resta che attendere la seconda stagione.